Alessandro Wm Mavilio

Appunti & Note

Colophon
Alessandro Wm Mavilio
Appunti & Note


#2004-EFTZMK
Un libro Manuzio.org è una sorta di moderno menabò online che non ha ancora un titolo o un contenuto determinato.

L’autore si riserva ancora il diritto di aggiungere, modificare, eliminare intere parti del testo prima di giungere a una conclusione dei lavori generalmente soddisfacente.

Tuttavia, il contenuto di questa pubblicazione è reso preventivamente disponibile al pubblico in quella che può ricordare la forma di un blog.

Potrà capitare al lettore di imbattersi in errori di vario tipo, principalmente dovuti al fatto che la prima stesura dei capitoli può avvenire in condizioni non sempre ideali alla scrittura, ma ogni sforzo sarà fatto per costantemente rivedere ciascun capitolo e portarlo alla forma più perfetta.

Questo libro può essere letto a schermo sul Web, stampato su carta oppure salvato in PDF.

Prima edizione digitale: 2004

© 2004 - 2024 - 2025
sdn.link Sapporo Japan
Table Of Contents
Alessandro Wm Mavilio
- Appunti & Note -
Le voci di fuori (Dall'Utero alla Tomba)
E' capitato anche a me di parlare alle mie figlie quando erano ancora nella pancia della madre.

Immagino che sia qualcosa che facciano tutti i genitori, con stupida gioia, senza pensarci su troppo; qualcosa di naturale, giacché parlare è un'attività banale e si sa anche che di lì a breve "qualcuno", che presto avrà sembianze e presenza umane, sarà tra noi, nel nostro stesso mondo.

Anche se la prima figlia, dopo un paio di anni dalla sua nascita - e interrogata ad arte - abbia dichiarato di ricordare il tempo in cui era nel pancione (e io nutro seri dubbi sulla sua affermazione) è un dato di fatto che la madre e io le abbiam certamente parlato attraverso quel sottilissimo muro di pelle e carne, tese come un tamburo.

Ci immaginiamo accartocciati dentro un tamburo umano pieno di liquido? Cosa proveremmo se i nostri sensi fossero all'erta?

E' probabile che i bambini avvertano le vibrazioni e le frequenze sonore dei rumori e dei discorsi che investono il pancione, appunto pieno di sensibile liquido amniotico. Senz'altro un feto non può sapere chi stia parlando, cosa si stia dicendo o se quella strana vibrazione sia il rumore di un aereo che decolla, o lo stridio di un treno metropolitano... Ma è ammissibile pensare che il feto, nel suo miracoloso sviluppo, stia sviluppando anche la sensibilità ai rumori, ai suoni, alle voci e - anche se molto embrionalmente - ai toni del linguaggio umano, quantomeno. Magari non ancora utilizzando i meccanismi dell'orecchio, ma certamente percependo le vibrazioni del suono magari con tutto il corpo.

Occorre anche ricordare che il primo strato di pelle del feto proviene direttamente dal cervello e non è sbagliato dunque affermare che l'epidermide sia di fatto, fisicamente e anche da adulti uno strato cerebrale atavico, al quale possiamo assegnare anche funzioni di calcolo basico, per la necessaria computazione della coscienza e la necessaria relazione con gli agenti immediatamente esterni.

Subito dopo la nascita si ha la prova che un feto sappia come praticare azioni mai praticate prima, come succhiare un capezzolo per avere il suo primo nutrimento, dunque è possibile che le finissime regole dell'evoluzione lo abbiano preparato anche a disporsi ai richiami sonori, della madre innanzitutto e di chiunque altro sia stato nel raggio sonoramente percepibile dalla madre.

Ma il punto di questo argomento è un altro e molto più semplice: io ho davvero indirizzato, coscientemente, dei messaggi umani di senso compiuto verso un feto, un individuo non ancora nato.

Io ho davvero parlato come quando si parla a un muro, nutrendo però la speranza (o illudendomi) che qualcuno dall'altro lato potesse capirmi o almeno avvertire la mia presenza e intenzione.

Finché un feto non nasce e si presenta al nostro mondo come una nuova entità biologica, scalciante, piangente, in cerca di nutrimento, e finché questo feto un po' più cresciuto non risponde a una mia domanda (come è successo) con una ingenua bugia del tipo "sì, papà, ti sentivo", in quel mio parlare a un pancione io avrò sempre e comunque tecnicamente inviato un messaggio (certamente unidirezionale) verso un vero e proprio aldilà, non quello più classico e temuto dei morti bensì quello meno trattato e più temporaneo dei non ancora nati.

Di fatto - perché l'ho fatto - parlando a un pancione ho mandato un messaggio a un'entità di là da venire a questo mondo, e questa per me è una vera e propria rivoluzione nei termini della mia ricerca per una più naturale conoscenza delle stanze del mondo.

L'aldilà prenatale, che è una condizione che la biologia ci dice durare una decina di mesi, è comunque una condizione di estremo rischio. Non ci si lasci ingannare dal fatto che sia una condizione pre-"natale". La consegna viva del feto non è assolutamente garantita. Sebbene le procedure imposte dalla biologia tendano alla perfezione e al successo dell'operazione, molti sono i rischi di insuccesso; e molte sono le possibilità che la Natura stessa decida di non accollarsi i rischi di un falso successo, decidendo di abortire unilateralmente la procedura.

In tal senso, è incredibile come la morte sia costantemente di guardia anche all'interno del tempio deputato alla nascita per eccellenza. Allo stesso modo, giova ricordare che la forma finale e completa del feto è letteralmente cesellata dall'opera della morte: mentre i meccanismi biologici dello sviluppo ingrossano e conformano materialmente il feto, altri meccanismi assolutamente necrologici lo scolpiscono, tagliando via funzioni e materiali che non rientrano nel programma finale di specie.

Il mio è un calcolo matematico inaudito, arbitrario e inaccettabile ma, dato il programma di sviluppo ed espansione di un feto, possiamo dire che - riferendoci al processo di morte cellulare in atto all'interno di un utero - da ciascun bambino che viene al mondo sono stati sottratti l'equivalente di un migliaio di bambini per mera... alienazione cellulare. Ricordiamo che un utero non ha particolari problemi di spazio, giacché gli è possibile ospitare anche quattro o cinque feti completi contemporaneamente, e in tal senso, le cellule che vengono radiate dal programma di sviluppo sono di numero incalcolabile e, non avendo queste subito la formalità del divenire, non occupano alcuno spazio, né virtualmente tantomeno fisicamente.

Se banalmente possiamo dire che vita e morte sono in gioco in ogni momento della nostra vita, possiamo dirlo anche di quando non siamo ancora propriamente nati. E non si tratta di un braccio di ferro tra due forze in contrasto culturale! Anche se l'esito di una gravidanza può tradursi - nel linguaggio umano - nel "parto di un bambino nato" oppure nel "parto di un bambino nato-morto", di fatto, all'interno dell'utero si è avuta la assoluta cooperazione di queste due forze - della vita e della morte - che noi umani tendiamo a culturalmente contrapporre dualmente, anche da adulti e nei termini ulteriormente successivi di bene e male, positivo o negativo. E' probabile che l'entità in atto, quantomeno in atto nella dimensione biologica, sia sì singola ma con due braccia, due strumenti, dove lo strumento della vita e dell'evoluzione a quasi tutti i costi è certamente superiore a quello della morte.

Chiarita questa assurdità del nostro divenire forma, divenire umani, di venire al mondo, torniamo alla messaggistica.

Se disgraziatamente un feto non riesce a venire al mondo, ma il genitore nei mesi gli ha parlato, possiamo parlare tecnicamente di un messaggio che è stato inviato in un aldilà - appunto prenatale - ma indirizzato a un'entità umana in corso di sviluppo, che non solo non è mai nata, ma che di certo stava necessariamente morendo per venire alla vita o che forse era già morta prima che il genitore potesse percepirlo, saperlo, venirne a conoscenza con una delle tante prove che la stessa Natura ci concede.

Che un feto nasca vivo o nasca morto, quando gli si parla nel pancione si sta propriamente mandando un messaggio da una dimensione all'altra, da una dimensione presidiata a una dimensione di cui si ignora il presidio, ciò che in gergo fonico si chiama "broadcast in the blind".

L'aldilà prenatale è certamente temporaneo e positivo, perché allude alla vita, ma è di fatto un "aldilà da noi" dove la morte è di guardia, lavora alacremente e forse, in un certo senso, è anche lì la Signora che ha l'ultima parola sul successo del progetto.

Il giorno che avremo la prova, se mai ce ne fosse bisogno, (aggiungo: accettata ampiamente e culturalmente) che il feto addirittura percepisce le nostre vibrazioni sonore o addirittura il significato - seppur embrionalmente - dei nostri messaggi (anche solo attraverso l'intonazione o la musicalità del nostro parlato) saremmo di fronte a qualcosa di epocale.

Sapremo che si possono - tecnicamente - mandare messaggi in quell'aldilà insondabile dove vita e morte vanno a braccetto. Ancora una volta, trovare protocolli e vocaboli per comprendersi mutualmente sarà, solo se lo si vorrà, un banale problema di diplomazia e linguistica. Perfino il "silenzio radio" potrebbe essere un'opzione coscienziosa.

Sebbene sia conscio di quanto tutto ciò possa sembrare fuori dal mondo (perché lo è, e lo vuole decisamente essere) sono anche conscio che altri miracoli di diplomazia e linguistica sono stati fatti nei millenni per far sì che culture aliene tra loro, ma pur sempre ospiti dello stesso pianeta, si potessero incontrare, scambiare conoscenze e fondersi l'una nell'altra.

Poter scambiare proficuamente anche un unico tipo di messaggio - binario - con un feto sarebbe a mio avviso una rivoluzione multipla, aprirebbe nuovi orizzonti per il "discorso" post-morte e darebbe alla specie umana una rinnovata confidenza per intavolare discorsi più proficui e sensati con le entità dell'interspazio stellare o dell'iperspazio metafisico, le cui presenze sono da sempre sospettate e desiderate.

Visitare cimiteri e parlare ai morti mi sembra riacquisire enorme significato, dopo una vita passata nel rifiuto pubblico del sovrannaturale. Se l'ho fatto nella direzione di una promessa (utero / womb), basta cambiare direzione e farlo nella direzione della memoria (cimiteri / tomb).

Per quanto può riguardarmi e per ciò che mi è visibile e sperimentabile da vivo: dieci mesi (variabili) in pancia; una novantina di anni (variabili ma augurabili) sulla Terra... Da morti, non ci attende certo un'eternità di noia, ma un periodo determinato (un x di secoli terrestri?) altrove.

Notavo che l'enorme maggioranza di messaggi, esperienze, consigli e compagnia di qualità mi arriva da persone morte: scrittori, filosofi, artisti, amici, che grazie alle meraviglie tecnologiche di quest'epoca di interconnessione e messaggistica in differita mi parlano e guidano attraverso libri, film e ormai anche post di blog. Spesso vengo a sapere della loro scomparsa fisica improvvisamente o mi ritrovo nella condizione di essere forse io il feto in ascolto su un pianeta deputato alla vita ma senza possibilità di rispondere e ringraziare.

Siamo sicuri che questa dannata unidirezionalità dei messaggi tra vivi e non vivi (o tra i non vivi e i vivi) non sia solo una ignorante dannazione?
Alessandro Wm Mavilio
- Appunti & Note -
Caro Maurizio
Sapporo
2018
Caro Maurizio,

ho avuto questa lettera in mente per alcuni anni; negli ultimi mesi e settimane addirittura straripava dalle mie dita: le muovevo nervosamente come se le avessi già su questa tastiera. Ti avrei voluto scrivere sempre nei momenti meno indicati: in fila per imbarcarmi su un aereo o mentre inciampavo su una scala mobile. Incredibilmente ti scrivevo con una mente duplice, mentre in giapponese spiegavo a un tassista di Kyoto dove condurmi, mentre cercavo di comunicare a mia figlia il rischio di alcune sue acrobazie – senza che lei avesse alcuna lingua ancora propria… Eppure, adesso che posso finalmente scriverti, nulla più sembra straripare come prima, mesi di impulso sembrano sciogliersi come fa il sogno all’alba. Dovrò imparare la lezione una volta per tutte, stavolta o mai più nella vita: che i meccanismi mentali sono volubili, che la bendisposizione alla creazione è cosa delicata, che la comunicazione di qualcosa è qualcosa che si apre come una finestra ma non è detto resti aperta a rispettare i capricci di ciò che ci circonda. È anche questa una lezione: il genio non aspetta e non rispetta alcuna agenda. Chi seguire, dunque? Il genio o gli impigli della nostra società?

“Intuizioni precoci e scoperte tardive”. Ecco come posso oggi definire la mia più verace e attuale essenza. Scopro che il mio genio, a dire il vero da sempre riconosciutomi, è livellato da una sorta di stupidità purtroppo invisibile agli altri, che ha sempre ritardato l’attuazione delle mie intuizioni. Ne sorrido. Ma da qualche tempo cerco di capire se vi sia in questa mia condizione, ritrovata e più chiara, qualcosa di positivo, qualcosa che nel periodo attuale dei miei quarant’anni possa donarmi nuova consapevolezza e suggerirmi un rinnovato filone di pensiero e azione. Mi dico che occuparsi, accogliere e selezionare con ritardo gli argomenti che da giovane ho ignorato - e che pur distinguevano i miei coetanei (la politica, l’interesse per le droghe, il rifiuto delle autorità) – bene, tali argomenti oggi finalmente interessano me e mi distinguono, seppur rendendomi tardivo e solo, meno accompagnato. Tutti i miei contatti del passato, che mi avrebbero potuto aiutare in questa scoperta tarda degli argomenti importanti per un adulto, sono oggi persone integrate, forse vinte ma senz’altro tranquille. Ho temuto e pensato questo anche di te ma dal nostro ultimo incontro a Napoli, a palazzo Corigliano, ho capito di no. Ecco il motivo di questa lettera. Ma averti ritrovato, ancora una volta simile a me, non risolve il mio vero problema: la necessità di intavolare una discussione pratica e filosofica che accompagni l’esplorazione della vita a quarant’anni nel XXI secolo.

A parte i coetanei viventi, introvabili e sbiaditi, non vi è nessuna letteratura autorevole al riguardo. O almeno tale letteratura non mi raggiunge con naturalezza. E le opportunità di monologo o dialogo che Internet mi offre non sono più un’opzione, sia che io cerchi e trovi un compagno sconosciuto di discussione, sia che io scriva a te con la tempistica e le quantità riducenti della posta elettronica. Immagino che la discussione a due tra entità simili, come te e me, debba quanto più possibile agire in una zona franca e affidabile. Credo che la scrittura di una lettera sia ciò che più protegge questi contenuti da radiazioni non volute, invisibili le cui conseguenze sono di fatto ancora sconosciute. Una lettera resta cosa seria e affidabile. Anche se mai recapitata.

Qualche notte fa però, sotto l’evidente effetto del fuso orario d’Oriente, quello che spinge la psiche in sogni abissali, esotici e alieni, ne ho fatto uno bellissimo. Ero in grado di snocciolare concetti con le dita. Potevo proprio tenere tra le dita qualunque concetto volessi e, sia concentrando lo sguardo che distogliendolo, potevo sentire sotto ai polpastrelli ogni concetto avessi voluto: potevo propriamente snocciolare tutte le sue possibili sfumature e accezioni. Al tatto era come avere tra le dita un ragno di metallo di forma regolare, o forse un oggetto simile al modello di un atomo, o di una stella stilizzata, o forse un riccio d’acciaio con pochi ma significativi aculei. Un corpo principale quasi sferico dal quale si irradiano in tutte le direzioni degli steli con una o più sferette in punta. Poter tastare concetti e problemi mi donava una sensazione di onnipotenza e onnicomprensione; era come aver imparato una nuova lingua, aver acquisito un nuovo strumento utile e divertente. Immagina di aggiungere alla vita la gioia del Braille! Ricordo che mentre testavo e tastavo concetti molto diversi tra loro sentivo l’impellenza di svegliarmi per spiegare al più presto al mondo questa nuova possibilità. E sorprendentemente, dopo molte ore dall’essermi svegliato, questa capacità mentale non si era disciolta come neve onirica: ha resistito prima di sfumare, convincendomi che una super-comprensione dell’ovvio sia davvero possibile, che una sorta di commerciabilità, di scambio, di accordo delle funzioni, delle mansioni e delle dimensioni del fisico e dell’immateriale sia davvero alle porte del diorama storico umano.

Qualche giorno dopo bevevo in un izakaya in compagnia del mio amico Andrea e di alcuni suoi colleghi antropologi, riunitisi dopo un simposio. Sulle coppette per il sakè erano stampati due ideogrammi, che si leggono “goukai”. Sei persone al tavolo non sono riuscite a tradurre questo termine giapponese in inglese o italiano, e nemmeno i giapponesi sono riusciti a imprigionarlo in un semplice sinonimo. Potrebbe tradursi come “dinamico, allegro, risoluto, imperturbabile, coraggioso, volitivo”, ecc. Era un tipico esempio di riccio metallico, come quelli che toccavo con agio nel mio sogno, ma stavolta con un numero forse anche maggiore di steli e aghi. Avrei voluto raccontare a tutti del mio sogno ma alla fine le mie labbra hanno solo debolmente schioccato e ho lasciato perdere. Mi è sembrato aleggiare anche un diffuso divertimento dei commensali nel perdersi nei rivoli, nei bronchi, di un termine indefinibile e ramificato, e che esistano ancora persone che nelle differenze culturali e linguistiche trovino il loro souvenir esotico o al contrario l’orgoglio di un’appartenenza. Io non so più come pormi al riguardo di questo problema. Sono orientato a credere che porsi in sudditanza del linguaggio sia un atteggiamento romantico, poetico e ormai fuori moda. Probabilmente il linguaggio è come una bestia, una sorta di cavallo che può condurti secondo i suoi programmi o che puoi condurre e ammaestrare secondo i tuoi. L’intero stesso mondo è forse il cavallo linguistico, e adesso che mi sembra di aver messo a fuoco il problema ho la certezza che sul nostro pianeta quasi tutto sia stato deciso tranne come porre il genere umano e la sua miracolosa impresa nei confronti di questa bestia che da millenni ci accompagna. Non che poesia, prosa, programmazione, danza, pittura e tutti i codici di cui disponiamo non bastino più, tutt’altro. Ma forse in certe derive artistiche, in certi esperimenti più recenti, in errori e in sogni come quello da me fatto possiamo intravedere un desiderio non altrimenti compiutamente espresso, un cenno dolce che il cavallo linguistico ci fa, come se volesse dirci che oltre al passo e al trotto esso può anche davvero galoppare, e così portarci per praterie mai viste oppure fermarsi, completamente, sul ciglio di tremendi ed eccitanti dirupi. O ancora, più oscenamente, il suo cenno ci suggerisce che se solo lo volessimo acconsentirebbe ad essere rivoltato come un calzino e che si farebbe volentieri trasformare in un’aquila al semplice tossire di una sillaba, così che perfino il suo galoppo possa trasformarsi in un volo da sogno, con l’abbandono - per tutti – della attuale dimensione espressiva, forse colorata, sì, ma meramente topografica, piatta come una vecchia mappa consunta. Avremmo la conquista di almeno una nuova, esplorabile, verticale dimensione per il da dirsi. L’iperspazio linguistico del Web è ancora poca cosa rispetto a ciò che intendo. Aspiro a una vera e propria pluridimensionalità del linguaggio in quanto tale! So che è possibile.

Quando studiavo giapponese dovevo allenarmi alla scrittura e riempire interi quadernoni di caratteri: ero già sull’uscio di questo desiderio. Gli ideogrammi, specialmente quando scritti con una punta molto doppia, mi sembravano assumere una vera e propria doppiezza spaziale. Alcuni sono molto complessi e spesso ho provato a disegnarli in assonometria o prospettiva. Fatto ciò ho provato a dar loro una impossibile autocompenetrazione, così che potessero diventare oggetti impossibili alla Escher ma pur sempre osservabili e leggibili da qualunque punto di vista, come a simulare una leggibilità in assenza di gravità. Per alcuni di essi questo metodo funzionava! Per altri mi sembrava di imporre loro un vero supplizio.

Mi sembra assurdo che l’innata capacità linguistica dell’uomo, forse la vera, unica e accettabile bandiera del genere umano, questa misteriosa capacità che ci distingue da ogni altro essere vivente e che ci ha portati nel giro di pochi millenni al picco massimo di protagonismo sull’intero pianeta non sia ancora diventata un argomento di conversazione usuale tra tutti noi oppure l’obbiettivo dell’unico vero discorso di emancipazione che ci riguardi. Ciò che ci rende uomini non è forse questa esclusiva capacità linguistica che trascende i limiti del corpo? Abbiamo composto poesie e creato segni matematici, lunghi romanzi e complesse formule, studiato i colori delle lingue vive e ricomposte quelle morte, ma oltre a tutto ciò non mi risulta che ci si sia mai interrogati su cosa davvero ci sia dietro a questo misterioso oggetto che è il linguaggio. È evidente che il linguaggio ci possiede (e non viceversa) e che non gli abbiamo mai chiesto altro. Mai ci siamo rivolti a esso direttamente e in modo organizzato chiedendogli: “c’è altro che vuoi mostrarci, vederci fare, sentirci dire, creare con l’aria?”, oppure “permetti che tiri un attimo questa briglia? Forza, cavallo, vola!”. Eppure i sogni – abilità misteriosa e più rimossa dell’atterraggio di un UFO - e taluni esperimenti artistici di grande genio quasi strappano questo velo di torpore, o di omertà – se si vuole – sulle reali possibilità del linguaggio. Sono fiducioso che presto avremo la rivoluzione linguistica che desidero. Queste mie stesse righe sono la prova di un moto che sale dal più modesto dei livelli.

Tornerò certamente ancora su questo discorso così centrale, perché è ovvio che la nostra capacità linguistica sia l’unica cosa davvero collegata alla nostra incapacità di intendere l’inintendibile.
Alessandro Wm Mavilio
- Appunti & Note -
Sotto Ginza
Tokyo
1999
Ieri ho chiamato Tokie. E la sua voce mi ha fatto bene!

Odori. Oggi tornando a Shirogane un profumo di fiori mi ha assalito. Come se mi aspettasse dietro l'angolo. Ecco uno dei pericoli di Tokyo! E ricordi di una estate mi hanno sopraffatto: forse Sabaudia o Case del Conte.

Sto facendo un bagno nella volgarità ma sono tornato al Tao.

Oggi per la prima volta ho avuto un attacco di claustrofobia. Ero sulla Hibiya-sen e spiavo il macchinista ed i suoi gesti. Il treno si infilava in corridoi angusti e ritagliati serpeggiando nel cuore di TYO.

D'un tratto a Ginza il treno si è riempito e tutti eravamo compressi. Il caldo, i ventilatori. I semafori ed i neon nella galleria La vocina registrata... Ho dovuto smettere di guardare il binario e il treno si è svuotato.
Alessandro Wm Mavilio
- Appunti & Note -
Angela & Zainal
Tokyo
1999
Penso ad Angela e forse vorrei essere lei. Qui mi sento trasparente. Le vecchie non mi stracciano più i peli dalle braccia e lo Yen non è più conveniente per noi stranieri.

Ora vorrei nella mia stanza Roland Barthes per dividere questo te' alla menta, e per inquadrare meglio 'sto Giappone. Se avessi whiskey chiamerei Yasujiro Ozu e fumeremmo Mild Seven.

But those day are gone.

E penso a Zainal! Artefice di felicità e voglia di girare e parlare. Prendere navi e treni, polvere e galline. Immagine della speranza del viaggiare e della fiducia nel prossimo.
Alessandro Wm Mavilio
- Appunti & Note -
Da Villa Sofia
Tokyo
1999
Ah! Finalmente qualcosa scorre via. Una tenda si chiude, lenzuola si scuotono lentamente. Aereo o meteorite? Luci fioche e alcuni vetri smerigliati. Qualcuna apre uno spiraglio e fuma: butta il fumo fuori della finestra. Tante code di cavallo e zigomi alti avanti.

Roland Barthes, quanto mi manca!

Non ho ancora trovato il Giappone. Solo volgarità barbare. Il "Nord-che-sono-io" è ancora altrove.

Neon accesi e gente che si prende cura di altra gente. E più in basso la casupola dalla quale esce vapore. E all'interno un uomo avanti con gli anni che sistema asciugamani su un tavolo. E lavora tutto il giorno. La sua è una missione. La mia non ancora.

Come si può morire schiacciati da un furgoncino dei gelati?

Sono nel Paese delle uniformi! E i corpi risaltano! Il seno e i fianchi, gioia di luce e ombra! Persone tutte uguali e belle!

Di una vedo la testa che annuisce di tanto in tanto! Un'altra chiude una tenda bianca. All'ultimo piano una si china a prendere qualcosa e scompare.

Prospettiva centrale. Pioviggina e fa buio.

Bere bibite e fumare. Dolore e noja.

Life in Tokyo.

C'è un posto per ogni storia.
Alessandro Wm Mavilio
- Appunti & Note -
Suidoubashi - 01.14 Orario Juliet
Tokyo
1999
Che succede? Ora parto! Ma mi mancheranno i gatti e quella casa in bianco e nero.


Tokyo è imprevedibile. Incredibile.


I suoi treni sono incredibili! Le combinazioni di eventi, i secondi e i ritardi.


Una fidanzata attende il fidanzato che gioca a DenshaDE Go!2.

Questo è il Giappone che ancora mi colpisce.




Notte tranquilla. Cammino a passo veloce ascoltando questa musica, "I surrender". C'è grande sicurezza e pulizia. Il rumore dei miei passi e la riscoperta sensazione di una musica che era già dentro di me prima che fosse scritta. Ancora grande pulizia di mente e cuore. Penso con soddisfazione di essere un individuo completo e formato. Mangio e faccio cacca. Cerco e trovo una ragazza. Bevo te' alla menta. Sorrido alle persone nella notte. Struscio la mano sui muretti. Torno a casa e dormo nel futon. E mentre dormo, davvero i fiori di ciliegio scorrono nel fiume.


Nagareru.


Tokyo diventa splendida.
Alessandro Wm Mavilio
- Appunti & Note -
Test
Test

Test
Alessandro Wm Mavilio
- Appunti & Note -
La stanza buia
Napoli
1989-12-19
Test
Alessandro Wm Mavilio
https://mavilio.com